ESPLORA
ESPLORA
Antibiblioteca
Spring/Summer 2027
“Umberto Eco appartiene a un raro genere di studiosi enciclopedici, perspicaci e per niente noiosi. Possiede un’ampia
biblioteca personale (di trentamila volumi), e classifica i visitatori di tale biblioteca in due categorie: coloro che
reagiscono dicendo: «Caspita, professor Eco, che biblioteca! Li ha letti tutti questi libri?», e una piccola minoranza
che capisce che una biblioteca personale non è un’appendice del proprio Io, ma uno strumento di ricerca.
I libri non
letti sono molto più preziosi di quelli letti. Una biblioteca dovrebbe contenere tutti i libri su argomenti sconosciuti che i
nostri mezzi finanziari, le rate del mutuo e le difficoltà del mercato immobiliare ci consentono di acquistare. Via via che
avanziamo nell’età accumuliamo più conoscenze e più libri, e i libri non letti che ci guardano minacciosi dagli scaffali
sono sempre più numerosi. Anzi, più si conosce e più si allungano gli scaffali dei libri non letti.
Chiamiamo l’insieme di tali libri: antibiblioteca.”
(Nassim Nicholas Taleb)
Quando Nassim Nicholas Taleb racconta la biblioteca di Umberto Eco in The Black Swan, non si sofferma sui libri che
Eco aveva letto. Ciò che lo colpisce è piuttosto l’enorme quantità di volumi che non aveva ancora aperto: un’antibiblioteca
il cui valore non risiede nelle conoscenze già acquisite, ma nella presenza tangibile di tutto ciò che ancora non si
conosce. L’antibiblioteca non è dunque un monumento all’erudizione, bensì uno strumento di ricerca in cui i libri non
letti costituiscono la parte più preziosa della collezione: una forma di capitale cognitivo potenzialmente sterminato che
mantiene aperta la possibilità di nuove scoperte.
In questo senso l’antibiblioteca si avvicina a quella pratica che in Giappone prende il nome di tsundoku (積ん読): l’abitudine
di comprare libri e lasciarli accumulare senza leggerli. Ciò che potrebbe apparire come una forma di procrastinazione
assume qui un significato diverso. Quei libri non sono oggetti inutilizzati, ma presenze che testimoniano l’eccedenza
del mondo rispetto a ciò che sappiamo. Ogni volume non ancora aperto, con quel suo profumo di carta ancora intatto, è
un promemoria delle vite, delle idee e delle storie che attendono di essere incontrate. Una promessa di felicità custodita
nell’attesa.
Questa riflessione sull’antibiblioteca mi torna spesso in mente quando penso alla moda. Ogni stagione vengono concepiti e
realizzati abiti destinati a traiettorie molto diverse. Alcuni di essi attraverseranno una sola volta lo spazio dello show; altri
continueranno a vivere soprattutto nelle immagini che ne custodiscono la fugace apparizione; altri ancora entreranno negli
armadi per rimanervi quasi intatti, custoditi come reliquie. Si tratta di oggetti che possono abitare la vita di molti senza
necessariamente essere indossati: la loro esistenza si compie anche altrove — nello sguardo, nel ricordo, nell’immagine
— prima ancora che nel corpo.
Eppure sarebbe riduttivo misurarne il valore esclusivamente in relazione al loro utilizzo. Come i libri non letti che
popolavano la biblioteca di Umberto Eco, anche questi abiti sembrano appartenere a una dimensione che travalica la logica
della funzionalità e del consumo. Essi costituiscono una riserva gioiosa di forme, sensibilità estetiche, silhouette e modi
di abitare il corpo che possono anche non trovare mai una piena attualizzazione e che tuttavia contribuiscono ad ampliare
il campo dell’immaginabile.
Per questa ragione uno show può essere interpretato come una sorta di antibiblioteca visiva. Un archivio di potenzialità
espressive che acquisisce una sua consistenza anche in virtù della sua mancata attualizzazione. Come ci ricorda Giorgio
Agamben la potenza non è una semplice mancanza destinata a scomparire realizzandosi nell’atto, ma è la capacità di
mantenere attive tutte le proprie possibilità, conservando la propria efficacia anche quando rimane inoperosa. Anzi, una
potenza che si esaurisse completamente nella sua attualizzazione perderebbe proprio ciò che la rende tale.
Molti degli abiti che vediamo in uno show appartengono precisamente a questa condizione. Il loro significato non si
esaurisce nella definizione di un valore d’uso, piuttosto si estende a ciò che rendono pensabile. In questa cornice, la moda
non opera soltanto sul presente del consumo, ma su una riserva di virtualità che eccede continuamente la sua realizzazione.
Anche gli abiti che non indosseremo mai, non diversamente da quei libri ancora chiusi sugli scaffali, continuano a parlarci
delle vite che avremmo potuto vivere. Non come rimpianto, ma come promessa. Perché la loro semplice presenza come
possibilità rende il mondo più ampio, più ricco, più abitabile. In fondo, una parte della felicità nasce forse proprio da qui:
dalla facoltà, profondamente umana, di ampliare continuamente il campo dei propri immaginari e di abitare, almeno per
un istante, mondi che non esistono ancora. O che forse non esisteranno mai.
Alessandro
Leggi di più
“Umberto Eco appartiene a un raro genere di studiosi enciclopedici, perspicaci e per niente noiosi. Possiede un’ampia
biblioteca personale (di trentamila volumi), e classifica i visitatori di tale biblioteca in due categorie: coloro che
reagiscono dicendo: «Caspita, professor Eco, che biblioteca! Li ha letti tutti questi libri?», e una piccola minoranza
che capisce che una biblioteca personale non è un’appendice del proprio Io, ma uno strumento di ricerca.
I libri non
letti sono molto più preziosi di quelli letti. Una biblioteca dovrebbe contenere tutti i libri su argomenti sconosciuti che i
nostri mezzi finanziari, le rate del mutuo e le difficoltà del mercato immobiliare ci consentono di acquistare. Via via che
avanziamo nell’età accumuliamo più conoscenze e più libri, e i libri non letti che ci guardano minacciosi dagli scaffali
sono sempre più numerosi. Anzi, più si conosce e più si allungano gli scaffali dei libri non letti.
Chiamiamo l’insieme di tali libri: antibiblioteca.”
(Nassim Nicholas Taleb)
Quando Nassim Nicholas Taleb racconta la biblioteca di Umberto Eco in The Black Swan, non si sofferma sui libri che
Eco aveva letto. Ciò che lo colpisce è piuttosto l’enorme quantità di volumi che non aveva ancora aperto: un’antibiblioteca
il cui valore non risiede nelle conoscenze già acquisite, ma nella presenza tangibile di tutto ciò che ancora non si
conosce. L’antibiblioteca non è dunque un monumento all’erudizione, bensì uno strumento di ricerca in cui i libri non
letti costituiscono la parte più preziosa della collezione: una forma di capitale cognitivo potenzialmente sterminato che
mantiene aperta la possibilità di nuove scoperte.
In questo senso l’antibiblioteca si avvicina a quella pratica che in Giappone prende il nome di tsundoku (積ん読): l’abitudine
di comprare libri e lasciarli accumulare senza leggerli. Ciò che potrebbe apparire come una forma di procrastinazione
assume qui un significato diverso. Quei libri non sono oggetti inutilizzati, ma presenze che testimoniano l’eccedenza
del mondo rispetto a ciò che sappiamo. Ogni volume non ancora aperto, con quel suo profumo di carta ancora intatto, è
un promemoria delle vite, delle idee e delle storie che attendono di essere incontrate. Una promessa di felicità custodita
nell’attesa.
Questa riflessione sull’antibiblioteca mi torna spesso in mente quando penso alla moda. Ogni stagione vengono concepiti e
realizzati abiti destinati a traiettorie molto diverse. Alcuni di essi attraverseranno una sola volta lo spazio dello show; altri
continueranno a vivere soprattutto nelle immagini che ne custodiscono la fugace apparizione; altri ancora entreranno negli
armadi per rimanervi quasi intatti, custoditi come reliquie. Si tratta di oggetti che possono abitare la vita di molti senza
necessariamente essere indossati: la loro esistenza si compie anche altrove — nello sguardo, nel ricordo, nell’immagine
— prima ancora che nel corpo.
Eppure sarebbe riduttivo misurarne il valore esclusivamente in relazione al loro utilizzo. Come i libri non letti che
popolavano la biblioteca di Umberto Eco, anche questi abiti sembrano appartenere a una dimensione che travalica la logica
della funzionalità e del consumo. Essi costituiscono una riserva gioiosa di forme, sensibilità estetiche, silhouette e modi
di abitare il corpo che possono anche non trovare mai una piena attualizzazione e che tuttavia contribuiscono ad ampliare
il campo dell’immaginabile.
Per questa ragione uno show può essere interpretato come una sorta di antibiblioteca visiva. Un archivio di potenzialità
espressive che acquisisce una sua consistenza anche in virtù della sua mancata attualizzazione. Come ci ricorda Giorgio
Agamben la potenza non è una semplice mancanza destinata a scomparire realizzandosi nell’atto, ma è la capacità di
mantenere attive tutte le proprie possibilità, conservando la propria efficacia anche quando rimane inoperosa. Anzi, una
potenza che si esaurisse completamente nella sua attualizzazione perderebbe proprio ciò che la rende tale.
Molti degli abiti che vediamo in uno show appartengono precisamente a questa condizione. Il loro significato non si
esaurisce nella definizione di un valore d’uso, piuttosto si estende a ciò che rendono pensabile. In questa cornice, la moda
non opera soltanto sul presente del consumo, ma su una riserva di virtualità che eccede continuamente la sua realizzazione.
Anche gli abiti che non indosseremo mai, non diversamente da quei libri ancora chiusi sugli scaffali, continuano a parlarci
delle vite che avremmo potuto vivere. Non come rimpianto, ma come promessa. Perché la loro semplice presenza come
possibilità rende il mondo più ampio, più ricco, più abitabile. In fondo, una parte della felicità nasce forse proprio da qui:
dalla facoltà, profondamente umana, di ampliare continuamente il campo dei propri immaginari e di abitare, almeno per
un istante, mondi che non esistono ancora. O che forse non esisteranno mai.
Alessandro
Leggi di più